DAI IL TUO SUPPORTO A STATO QUOTIDIANO  CONTRIBUISCI
Home Blog Pagina 149

Manfredonia – San Giovanni Rotondo, incidente stradale: 1 ferito grave (foto)

3

Manfredonia, 02 maggio 2018. Incidente stradale stamani, dopo le ore 11, sulla S.P. 58 Manfredonia – San Giovanni Rotondo. Il sinistro è avvenuto sul ponte che devia a sinistra verso la SS89 Garganica direzione Foggia, a destra verso Monte Sant’Angelo e il Gargano.
Accertamenti in corso per stabilire le cause dell’incidente, che ha coinvolto un’autovettura. Il conducente del mezzo sarebbe rimasto ferito gravemente.
foto

Da raccolta dati, l’uomo alla guida dell’auto, una Opel, avrebbe perso improvvisamente il controllo del mezzo a causa di un malore. Nel veicolo con l’uomo la moglie, anch’essa rimasta ferita. La coppia è originaria di Manfredonia.
Sul posto gli agenti della Polizia municipale, che procedono per i rilievi, i Carabinieri di Manfredonia, impegnati per la viabilità, i Vigili del fuoco del distaccamento locale.

Redazione StatoQuotidiano.it – Riproduzione riservata

"ARIF migliora performance e fa risparmiare oltre 12.5 milioni

0

L’Arif migliora le sue performance e fa risparmiare alla Regione Puglia oltre 12,5 milioni rispetto all’anno precedente.
Lo hanno confermato il presidente della Regione Michele Emiliano, l’assessore alle Politiche Agricole Leo di Gioia e il commissario dell’agenzia irriguo-forestale, Domenico Ragno oggi in conferenza stampa, presentando dati e attività di questi due anni di lavoro.
“L’Arif Puglia – ha detto Emiliano – in questi anni ha raddoppiato i compiti e risparmiato moltissimo denaro. Centinaia di operai forestali hanno lavorato con grande rigore, abbiamo ricomposto ogni tipo di problematica relativa a quell’immagine da “carrozzone” che l’Arif aveva purtroppo guadagnato negli anni, ed abbiamo ottenuto anche risultati molto importanti verso la gestione ordinaria della lotta alla Xylella che l’Arif ha realizzato con grande efficacia, assicurando non solo il monitoraggio di tutti gli alberi di ulivo – e non solo di ulivo – in tutta la Puglia, ma soprattutto rallentando la diffusione della malattia.
Oggi abbiamo fatto il punto, cogliendo l’occasione per chiedere al Presidente del Consiglio Gentiloni, che è ministro ad interim dell’Agricoltura, di emettere un decreto legge immediato che ci consenta di rispettare le direttive europee ed il decreto Martina per accelerare le procedure di abbattimento degli alberi infetti, perché con le norme attualmente in vigore abbiamo ancora molte decine di alberi che non riusciamo ad abbattere per varie ragioni giuridiche. E questo sta provocando il rischio che con la ormai imminente visita della Commissione Europea, l’Unione Europea possa ulteriormente minacciare nuove sanzioni. Non vorrei che qualcuno quindi desse la responsabilità alla Puglia, che invece si è mostrata molto più efficiente dello Stato nella gestione del contrasto alla Xylella al punto che abbiamo fatto interventi e abbattuto molti più alberi di quanti ne siano mai stati abbattuti in precedenza dai commissari governativi presso la Presidenza del Consiglio
dei Ministri.

Questo non significa che per noi l’abbattimento degli alberi sia l’unica soluzione possibile: ce ne sono anche altre, ma l’adempimento alle leggi viene prima di tutto. Per questo occorre che lo Stato ci dia gli strumenti giuridici per farlo nel tempo previsto dalle direttive europee”.
“Nell’arco dei monitoraggi per la Xylella – ha confermato a margine il commissario Ragno – abbiamo ispezionato circa 450mila alberi con 390mila campioni. È stato uno sforzo immane per dare alla Regione Puglia e agli enti competenti gli strumenti per adottare le misure conseguenti per il contrasto dell’infezione”.
Sul personale Ragno ha confermato che “nel 2017 abbiamo avuto sia personale fisso che circa 500 tra operai interinali per l’antincendio estivo e 176 agenti fitosanitari, questi ultimi tutti professionisti con cui abbiamo contratti di consulenza e non di dipendenza e che ci garantiscono il monitoraggio della Xylella per gli abbattimenti forzosi”. Per i risparmi nel bilancio “si è passati dagli oltre 47 milioni di euro assegnati nel 2015 ai 35 assegnati nel 2017 dalla Regione. Abbiamo risparmiato e razionalizzato le spese su tutti i capitoli di spesa.
Per gli investimenti chiederemo tuttavia ulteriori riallocazioni di risorse”.
“Con i monitoraggi della Xylella – ha aggiunto l’assessore all’Agricoltura di Gioia – abbiamo avuto un salto di qualità dovuto alla capacità di organizzare una struttura che ha messo in campo una serie di attività e personale qualificato.
Un’azione che è stata l’unico nostro vero argine nei confronti di una burocrazia europea molto esigente verso la nostra regione. Dall’altro canto, è opportuno sottolineare che il lavoro svolto dall’Arifha comportato minori risorse impiegate: un titolo sicuramente di merito del nostro Assessorato e della nostra Amministrazione regionale perché ciò ha significato razionalizzare le attività e non diminuire i servizi resi, a fronte di un minor esborso.
Questa riorganizzazione deve procedere”.

Cerignola, a soli 20 anni già arrestato 2 volte per spaccio

0

cerignola. E’ un giovanissimo, ha solo 20 anni, Giovanni Diglio, cl. ’98, ma già con alcuni precedenti di polizia per spaccio, il ragazzo sorpreso dai Carabinieri di Cerignola mentre, a bordo di un’auto “taroccata”, dopo non essersi fermato all’alt ha tentato di disfarsi di un sacchetto pieno di stupefacenti.
Era sera, e il giovane si stava allontanando a bordo di una Ford Fiesta dalla propria abitazione, in un complesso di case di edilizia popolare all’interno del noto quartiere “Torricelli”, lo stesso dove poche settimane fa i Carabinieri avevano scoperto un vero e proprio bunker, dotato di sistema di videosorveglianza e porta blindata, arrestando per spaccio due giovanissimi. Proprio in quel momento si trovava a passare una pattuglia della Stazione di Cerignola che, ben conoscendo le abitudini del giovane, gli ha intimato l’alt. Il ragazzo, invece di arrestare la marcia, si è invece allontanato, fermandosi solo dopo una curva, e dopo essersi disfatto di un sacchetto, nella speranza che i Carabinieri non lo avessero notato. I militari, però, che invece avevano seguito bene i movimenti del giovane, lo hanno recuperato rinvenendovi all’interno 64 grammi circa di cocaina, 38 di hashish e 30 di marijuana, oltre a quasi un migliaio di euro in contanti, presumibilmente ottenuti dallo spaccio degli stupefacenti.
I successivi accertamenti effettuati, poi, sull’autovettura hanno permesso di stabilire che era stata rubata nei mesi scorsi a Barletta, e poi “taroccata” ribattendo il telaio.
Diglio è quindi stato tratto in arresto per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti, e risponderà anche della ricettazione dell’auto. Posto ai domiciliari su disposizione del Pubblico
Ministero di turno, all’esito dell’udienza di convalida il Giudice gli ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari.
Redazione StatoQuotidiano.it

Cera "Fiera di Foggia, da evento a sagra interna"

0

Bari, 2 maggio – ”Da appuntamento internazionale a sagra interna per pochi intimi. La Fiera Internazionale dell’Agricoltura e della Zootecnia di Foggia, nell’anno della vigilia della sua 70esima edizione, ha galleggiato in una imbarazzante incertezza di scopi e obiettivi.
La Fiera di Foggia da luogo di approdo naturale dei prodotti agricoli e zootecnici, soprattutto derivati dall’allevamento ovino, è diventata la sagra delle ovvietà, passerella per pochi intimi e luogo d’incontro degli amici dei soliti noti, che dal 2011 avevano promesso di rilanciare la campionaria foggiana e che hanno saputo regalare solo una gestione commissariale, con le sue decisioni bocciate anche dall’ANAC, anticamera del definitivo affondamento dell’ente autonomo, un tempo orgoglio della Capitanata e della Puglia.
Credo che sia arrivato il tempo di dire basta al commissariamento e ai silenzi del governo regionale, che continua a evitare di prendere una decisione chiara e precisa sul futuro della Fiera. Si volti pagina al più presto, si eviti ulteriori perdite di tempo e si lavori, sin d’ora, a fare del 70esimo anniversario un evento veramente internazionale e di grande respiro per ospiti e manifestazioni”.
Lo scrive in una nota il consigliere regionale Napoleone Cera.

"ARSENICHEM" – Per non dimenticare

0

Per quelli di noi che hanno più di cinquant’anni non credo sia possibile avere una memoria condivisa di ciò che è successo a Manfredonia dall’apertura dello stabilimento petrolchimico alla sua chiusura fino ad oggi. Si può forse provare a costruire un racconto comune, che tenga dentro anche voci e versioni non necessariamente conciliabili. Per farlo, c’è però bisogno di una diversa capacità di confronto, anche serrato, nella comune condivisione della responsabilità che a diverso titolo portiamo nei confronti delle nuove generazioni”.
E’ quello che scrivevo nel settembre del 2016, in occasione dei quarant’anni dal grave incidente accaduto nel 1976 nello Stabilimento ENICHEM di Macchia- Monte Sant’Angelo.
Ed è quello che ha cercato di fare Massimiliano Mazzotta, il regista del docu-film “ARSENICHEM – La catastrofe continuata”, proiettato in piazza del Popolo sabato 21 aprile.
Vi è alla base un paziente e prezioso lavoro di recupero e di selezione della gran mole di documenti, fotografie, video, interviste dell’epoca …, in parte riproposti attraverso la lente dei ricordi personali, che a volte però ingigantiscono, altre volte rimpiccioliscono e in alcuni casi non mettono a fuoco o lasciano fuori dal campo visivo punti anche nodali della vicenda.
Il documentario dura 74 minuti ed ha il pregio di aver dato la parola a tante persone che hanno svolto un ruolo significativo in quelle vicende, senza alcuna voce fuori campo.
Sono quindi i pescatori a raccontare del settembre 1988, quando scesero in piazza per opporsi all’attracco al porto industriale di Manfredonia della Deep Sea Carrier, la famigerata nave dei veleni. E non mostrano alcun timore nel confessare che, dopo aver abbattuto e dato fuoco al portone di ingresso del palazzo comunale e messo a soqquadro alcuni uffici, avrebbero strozzato con le loro mani sindaco ed assessori se questi non fossero riusciti a calarsi da una finestra ed a fuggire rocambolescamente da un’uscita di fortuna.
Fu il momento in cui i pescatori tirarono fuori tutta la rabbia accumulata nell’aver visto per anni il mare del golfo, unica fonte del loro lavoro, brutalizzato dai continui scarichi di sostanze tossiche provenienti dallo stabilimento.
Allo stesso modo, sono le donne a raccontare come, nello stesso periodo, siano divenute il simbolo di quella lotta per la difesa della salute e dell’ambiente, da loro portata nel 1988 anche dinanzi alla Commissione Europea per i diritti dell’uomo (con un ricorso però scritto e patrocinato inizialmente da me e non da altri), che avviò un procedimento conclusosi nel 1998 con una sentenza della Corte di Giustizia Europea per i diritti dell’uomo di parziale accoglimento (e con un risarcimento, di cui poco si dice, di dieci milioni di lire per ciascuna delle 40 donne firmatarie).
Significativa è anche la testimonianza di un ex dipendente del petrolchimico (allora tra i “quadri aziendali”, autori di diversi documenti a difesa dello stabilimento), così come lo è quella del Sindaco in carica in quel periodo, fino all’assalto del palazzo comunale, che ha capeggiato con la sua amministrazione sia il corteo contro il provvedimento del Pretore di Otranto Cillo, che aveva bloccato lo sversamento in mare dei reflui della produzione di caprolattame, i cosiddetti “sali sodici”, sia quello contro l’attracco al porto industriale della Deep Sea Carrier, la famigerata nave dei veleni.
Ne emerge un racconto corale, che in parte ricostruisce il clima di tensione e di lacerazione vissuto in quegli anni e che ruota intorno a due verità di fondo, che oggi nessuno pare metta più in più dubbio. La prima, è che l’insediamento del petrolchimico nella piana di Macchia ha rappresentato una sciagura per questo territorio, sotto l’aspetto ambientale, sanitario, economico e sociale. La seconda, è che in quella fabbrica si utilizzavano sostanze tossiche in grado non solo di inquinare gravemente l’ambiente circostante (aria, acqua, suolo e sottosuolo) ma anche di colpire a morte chi vi lavorava, come purtroppo è avvenuto.
Una verità, quest’ultima, per nulla scalfita dalle sentenze che hanno assolto i dirigenti e due consulenti dell’azienda, perché emesse all’esito di un processo penale che forse aveva il limite di voler a tutti i costi legare le morti (19 all’inizio del processo) e le gravi malattie, che hanno colpito gli operai dello stabilimento e delle aziende appaltatrici, all’evento del 1976, ossia ad un solo episodio e non ad una sistematica fuoriuscita o comunque all’uso di quelle sostanze durante tutta l’attività produttiva (e non solo nei sei anni successivi a quell’incidente). Il processo si è infatti celebrato a carico di chi aveva deciso e/o gestito le modalità di bonifica conseguenti allo scoppio della torre di lavaggio dei fumi dell’impianto di sintesi dell’ammoniaca, per aver adottato, nelle prime fasi e nei sei anni successivi, sistemi inadeguati a proteggere la salute di quanti all’interno dello stabilimento furono esposti a contatto con i composti di arsenico che fuoriuscirono a tonnellate.
Un processo iniziato a seguito dell’indagine penale scaturita dalla denuncia fatta nel 1996 dall’operaio Nicola Lovecchio (poi deceduto nell’aprile del 1997), e sostenuta dal dott. Maurizio Portaluri, l’oncologo che lo aveva in cura, e da Medicina Democratica (che ha anche contribuito a finanziare il docu-film).
Eppure già nell’ottobre del 1985 una sentenza del Giudice del Lavoro del Tribunale di Foggia, confermata in appello, aveva accertato che un operaio, Giovanni Pastore, nel 1983 era morto a seguito di una malattia cronico-degenerativa collegata all’attività svolta nello stabilimento. Una morte scomoda, che nessuno, finché la fabbrica ha funzionato, aveva però interesse a considerare come una morte a causa del lavoro, né l’azienda, né i sindacati, né tantomeno i dipendenti, quadri e operai, che per difendere il loro posto di lavoro hanno difeso la fabbrica a tutti i costi, fino alla sua chiusura.
Nel docu-film di Pastore ne parla Franco Carella, allora medico del lavoro e perito di parte in quel processo, in uno spezzone di intervista che dura solo qualche secondo, e ne fa cenno anche l’ex dipendente dell’azienda, solo oggi disposto ad ammettere pubblicamente che quella è stata la prima morte dovuta alle sostanze usate nello stabilimento (per lui alla formaldeide più che all’arsenico).
Se allora si fosse dato ascolto a quel campanello d’allarme … chissà, probabilmente gli operai sarebbero stati i primi a chiedere all’azienda di eliminare dal ciclo produttivo alcune sostanze tossiche ed altre ad alto rischio di incendio.
Ed invece a farlo furono solo i pochi esponenti manfredoniani delle associazioni ambientaliste (WWF, LIPU e Legambiente), che dai primi anni ’80, nel silenzio generale, ingaggiarono una lunga e serrata battaglia contro l’azienda per la tutela dell’ambiente e della salute ed all’insegna della legalità: con raccolta di dati tecnico-scientifici, elaborazione di documenti, dossier e denunce penali, ed anche sostenendo le indagini ed i provvedimenti dei Pretori di Monte Sant’Angelo, di Otranto e di Manfredonia.
Nel docu-film non vi è quasi traccia di questa fase e dei suoi protagonisti, avendo il regista posto l’accento soprattutto sulla fase successiva, quella iniziata a seguito del minacciato attracco della nave dei veleni, che ha indubbiamente segnato una svolta decisiva: al fianco degli ambientalisti scesero in campo i pescatori e gran parte della popolazione, e si costituì un Comitato cittadino che riuniva tutti, associazioni e singoli cittadini. Fu allora che la vicenda assunse le forme e la dimensione di una lotta popolare, che senza mezzi termini si diede come obiettivo la completa chiusura dello stabilimento.
Allora, perché e quando la fabbrica è stata chiusa? Si è chiesto qualcuno nei giorni successivi alla proiezione del film, ponendo la domanda sul sito internet più letto in città, senza ricevere risposta.
In effetti il film non lo dice. Nel 1989 fu istituita una Commissione tecnico-scientifica, che dettò numerose e rigide condizioni per rendere compatibile lo stabilimento con l’ambiente e la salute dei lavoratori e dei cittadini, con costi che l’Azienda avrebbe dovuto sostenere in un contesto diventato ormai ostile. Nel frattempo, però, l’impossibilità, a partire dal 1987, di smaltire in mare i reflui della produzione del caprolattame e la mancanza di soluzioni alternative (benché da anni annunciate dall’azienda) comportò prima l’ interruzione di quella linea produttiva e nel 1991 la sua definitiva chiusura. Nel 1993, l’Azienda cessò anche le altre produzioni e si aprì lo spettro della disoccupazione per le diverse centinaia di lavoratori occupati dalle ditte appaltatrici e dell’indotto, rimasti senza tutela, e per i circa mille dipendenti dello stabilimento (per i quali iniziò una lunga trattativa sindacale, terminata alcuni anni dopo, con il coinvolgimento diretto delle istituzioni locali oltre che del Ministero del Lavoro e dell’Azienda).
Solo alcuni anni dopo si seppe di un provvedimento della Commissione Europea del 1993 nel quale, a chiusura di una procedura di infrazione per aiuti di Stato non autorizzati, si dava atto che l’Enichem aveva deciso di chiudere definitivamente lo stabilimento di Manfredonia e si obbligava anche a non vendere gli impianti ad altre aziende della Comunità Europea, per evitare che quelle produzioni potessero riprendere nell’ambito dello stesso mercato. Lo scoprimmo solo nel 1997, quando l’Amministrazione comunale e le forze politiche di maggioranza (di centrosinistra) si opposero fermamente alla riapertura dello stabilimento da parte di una società americana, la Probandt, fortemente sostenuta dalla Regione Puglia (allora retta da un governo di centrodestra), e da quasi tutte le forze produttive e sindacali di Manfredonia, oltre che dai partiti all’opposizione (anche questa una pagina che in molti preferiscono rimuovere, sebbene a ricordarlo vi siano documenti sottoscritti e resi pubblici). Solo le prospettive allora offerte dal Contratto d’Area e la ferma convinzione che la città avesse la possibilità oltre al diritto di costruire un proprio futuro non più dipendente dalle sorti dello stabilimento petrolchimico consentì di resistere alle sirene del ritorno al passato (suonate anche in precedenza con le proposte di acquisto pervenute da altre due società, la Puglia Nylon e la Carbochimica).
Oggi non vi è più traccia degli impianti e delle 32 ciminiere che ogni giorno insieme al vapore sbuffavano all’interno dello stabilimento e tutt’intorno sostanze inquinanti. Resta ancora grave l’inquinamento del sottosuolo e della falda acquifera, per il quale il modello di bonifica sperimentato non ha dato i risultati attesi.
Nel frattempo la città ha cambiato volto, grazie anche alla realizzazione di opere che ne hanno moltiplicato le potenzialità turistiche: il restauro e il riutilizzo di numerosi palazzi storici (Palazzo dei Celestini, con la realizzazione della biblioteca e dell’auditorium; palazzo San Domenico, con la riapertura dell’intero chiostro alla fruizione della città; Palazzo Seminario; l’ex Ospedale Orsini); l’istituzione dell’Oasi Lago Salso e il suo inserimento nel Parco del Gargano; il rifacimento di corso Manfredi, dei due lungomare, fino a Siponto, e di piazzale Diomede; il nuovo mercato ittico; il nuovo porto turistico; il nuovo sviluppo urbanistico, faticoso e lento ma progressivo; … per finire, grazie al MIBAC, con gli Ipogei Capparelli; le c.d. basiliche di Siponto, con la straordinaria opera di Tresoldi; l’Abbazia di san Leonardo ed il Castello, con lavori ancora in corso.
La telecamera di Mazzotta però mantiene lo sguardo stretto sulla “catastrofe” e sui suoi effetti.
Nel racconto prevalgono i toni dolenti, comprensibili in chi ha perso gli affetti più cari, meno in chi ha voluto a tutti i costi offrire al regista una visione intrisa di sfiducia ed indifferente a quanto di buono si è riusciti a fare negli anni successivi alla chiusura dello stabilimento, pur tra mille difficoltà, conflitti, limiti e contraddizioni.
In ogni caso, va accolta e sostenuta la proposta, avanzata dal Coordinamento delle associazioni ancora impegnate sul tema, di realizzare un centro di documentazione e un osservatorio permanente sulla salute dei cittadini e degli ex lavoratori (molti dei quali residenti altrove), che abbiano sede in un luogo fisico, un immobile, che si vorrebbe chiamare “Casa della memoria”.
Propongo invece che trovino sede presso la biblioteca comunale, perché non si dà memoria al di fuori dei sistemi utilizzati dalle comunità per ordinare e ritrovare i propri ricordi (come sostiene Paul Ricoeur in “La memoria, la storia, l’oblio”, riprendendo il pensiero di Janckelevitch). La biblioteca è di per sé il luogo della memoria pubblica della comunità cittadina di appartenenza, punto di incontro e di scambio tra la memoria individuale e quella collettiva.
Una memoria intesa però come forza attiva, viva, di cui va rivendicata la dimensione etica e civile, con l’impegno di tutti a formulare una promessa di fedeltà e di verità (è sempre Ricoeur a suggerirlo), da rinnovare continuamente, dinanzi al pericolo dell’oblio, cui tutti siamo esposti, come a quello della frammentarietà e casualità dei ricordi o, peggio ancora, della loro falsificazione.
A cura di Gaetano Prencipe
Fonte www.comunitaeterritorio.it
– “Il sito internet si propone di promuovere analisi ed approfondimenti su temi che riguardano la vita sociale, economica e politico-amministrativa della città, con l’obiettivo di andare oltre la contingenza e contribuire ad una riflessione comune di più ampio respiro, senza faziosità e polemiche sterili”.
PER INTERVENTI E COMMENTI RELATIVI ALL’ARTICOLO IN OGGETTO: info@comunitaeterritorio.it
(Forum StatoQuotidiano non aperto)

Progetto Impianto solare termodinamico San Severo, no M5S

0

San Severo. “Esprimiamo la nostra contrarietà alla realizzazione dell’impianto solare termodinamico che, secondo il progetto presentato dalla società “ 3SP S.r.l.”, dovrebbe essere realizzato in agro di San Severo. In relazione a tale progetto attualmente pende il procedimento di VIA ministeriale dinanzi al Ministero dell’Ambiente ed in ragione di ciò, nei termini di legge,
abbiamo provveduto ad inviare al Ministero le dovute osservazioni, sottolineando le criticità di tale progetto e ribadendo il nostro parere negativo alla sua realizzazione.”
Si esprime così in una nota il M5S tramite la deputata Giuliano e la consigliera regionale Barone, che in merito aggiungono: “Tale progetto, in maniera del tutto ingiustificata, andrebbe ad incrementare il già rilevantissimo peso territoriale ed ambientale delle infrastrutture energetiche (da fonti rinnovabili e da fonti tradizionali) già realizzate ed operanti nel territorio della nostra regione. Inoltre, in ragione della natura del territorio e della sua vocazione prettamente agricola, la notevole estensione dell’impianto de quo, che verrebbe realizzato su un’area di circa 110 ettari di terreno agricolo fertile, minerebbe ulteriormente l’equilibrio paesaggistico, ambientale ed agricolo del nostro territorio, determinando altresì emissioni in atmosfera e rilevante consumo di risorse idriche.”
Concludono le pentastellate: “Alla luce di quanto sopra, abbiamo esortato il Ministero competente a negare il rilascio della VIA, anche alla luce delle criticità emerse
dall’analisi di contesto di cui alla Deliberazione della Giunta Regionale Puglia DGR n. 581/2014.”

Ingiusta detenzione, Cassazione accoglie ricorso 26enne di Manfredonia

0

Roma/Bari/Manfredonia. ”Nel caso di specie, la Corte di Bari (..) si è limitata ad evidenziare come, a fronte delle dichiarazioni accusatorie di altri soggetti, l’indagato si fosse limitato a mantenere il silenzio nel corso dell’interrogatorio di garanzia ed in generale un comportamento non collaborativo, senza accertare quali circostanze a sé favorevoli e solo a lui note avrebbe potuto esporre nell’esercizio del diritto di difesa”.
Con sentenza di recente pubblicazione, la 4^ Sez. Penale della Corte di Cassazione di Roma (Presidente Francesco Maria Ciampi, relatore Carla Menichetti, udienza del 14.03.2018) ha accolto il ricorso presentato dalla difesa di C.P., classe 1992 di Manfredonia, contro un’ordinanza del giugno 2017 della Corte di Appello di Bari con la quale era stata rigettata “l’istanza di riparazione” presentata dal citato ricorrente per “la dedotta ingiusta detenzione sofferta dapprima con la custodia in carcere e successivamente in regime di arresti domiciliari, nell’ambito di un procedimento penale in cui risultava imputato del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanza stupefacente, dal quale era stato assolto in appello per insussistenza del fatto“.
“In detta ordinanza – osserva la Cassazione – la Corte territoriale riteneva che il richiedente avesse, con il
proprio comportamento e atteggiamento gravemente colposo, concorso a dare causa alla misura cautelare de qua e ravvisava, pertanto, grave colpa ostativa al riconoscimento dell’indennizzo di cui all’art.314 c.p.p., e ciò a ragione costituito del silenzio o comunque dall’atteggiamento non collaborativo tenuto durante l’interrogatorio di garanzia”.
Annullando la citata ordinanza della Corte di Appello, la Cassazione ha rinviato “per nuovo esame” alla Corte d’Appello di Bari.

Gioia del Colle, sorpreso con 47 kg di hashish nel cofano

0

Bari. In questi ultimi giorni, a ridosso delle festività del 25 aprile e del 1° maggio, i Carabinieri del Comando Provinciale di Bari hanno intensificato i controlli su tutte le provincie Bari e Bat, con particolare riferimento alla predisposizione di servizi perlustrativi lungo le principali arterie stradali, al fine di prevenire e reprimere reati in genere. E’ proprio in tale contesto che i Carabinieri a Gioia del Colle hanno arrestato G.C. 51enne, pregiudicato, di Taranto, per detenzione di 47 kg. di hashish.
Il predetto, alla guida di un’utilitaria, nella tarda mattinata di ieri, ha avuto un atteggiamento che ha insospettito un’autoradio di militari che, in servizio perlustrativo, transitava lungo la S.P. che da Gioia del Colle conduce a Taranto. I militari, infatti, nell’incrociare l’autovettura si rendevano conto che il conducente, nel vederli, cercava di lasciare la strada statale per immettersi in una delle arterie secondarie. Da qui l’intuizione, da parte dell’equipaggio dell’autovettura militare, di procedere senza indugio, ad un preliminare controllo. Alla richiesta dei
documenti d’identità, l’agitazione dell’uomo aumentava come se stesse nascondendo qualcosa, pertanto i militari decidevano di procedere ad una perquisizione personale e veicolare la quale, questa volta, sorprendeva gli stessi operanti quando da due sacchi di plastica presenti nel cofano dell’utilitaria saltavano fuori ben 47 kg. di hashish. Per C.G. sono così
scattate le manette e su disposizione della competente A.G. è stato tradotto nel carcere di Bari.
La droga rinvenuta, sottoposta a sequestro, verrà analizzata dal L.A.S.S. (Laboratorio Analisi Sostanze Stupefacenti) del Comando Provinciale Carabinieri di Bari, al fine di stabilirne il principio qualitativo e quantitativo. Il valore al dettaglio della droga immessa sul mercato è stato stimato in circa 500.000 euro.
Indagini in corso per risalire alla provenienza della sostanza stupefacentec sequestrata e degli altri eventuali responsabili dell’illecito traffico.

Vieste. Si riunisce il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica

0

Vieste. ”Si svolgerà nel pomeriggio di domani, giovedì 3 maggio, alle ore 17, nella Residenza Municipale del Comune di Vieste, la seduta del Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Nell’incontro si procederà ad un esame della situazione dell’ordine e della sicurezza cittadina a pochi giorni dall’omicidio del 25enne Antonio Fabbiano, verificatosi la sera del 25 aprile a Vieste.
Al termine della seduta, nella sala consiliare, Sindaco e Prefetto sottoscriveranno “il Patto per l’attuazione della sicurezza urbana”, predisposto dal Ministero dell’Interno ed approvato dall’Amministrazione comunale con una delibera di Giunta del 27 aprile scorso che consentirà di accedere ai finanziamenti disponibili per l’installazione di sistemi di videosorveglianza in zone sensibili della città, quale misura, tra le altre, della strategia di contrasto al crimine organizzato e di rafforzamento della sicurezza cittadina”.
Lo rende noto il Sindaco di Vieste Giuseppe Nobiletti

Manfredonia – San Giovanni Rotondo, incidente stradale: 1 ferito grave

0

Manfredonia, 02 maggio 2018. Incidente stradale stamani, dopo le ore 11, sulla S.P. 58 Manfredonia – San Giovanni Rotondo. Il sinistro è avvenuto sul ponte che devia a sinistra verso la SS89 Garganica direzione Foggia, a destra verso Monte Sant’Angelo e il Gargano.
Accertamenti in corso per stabilire le cause dell’incidente, che ha coinvolto un’autovettura. Il conducente del mezzo sarebbe rimasto ferito gravemente.
Da raccolta dati, l’uomo alla guida dell’auto, una Opel, avrebbe perso improvvisamente il controllo del mezzo a causa di un malore. Nel veicolo con l’uomo la moglie, anch’essa rimasta ferita. La coppia è originaria di Manfredonia.
Sul posto gli agenti della Polizia municipale, che procedono per i rilievi, i Carabinieri di Manfredonia, impegnati per la viabilità, i Vigili del fuoco del distaccamento locale.
Redazione StatoQuotidiano.it – Riproduzione riservata